Che cosa vuol dire davvero “tradurre”?

Nel nostro ruolo di comunicatrici e comunicatori, il paradigma traduttivo è al centro delle riflessioni, in quanto rappresenta uno dei nuclei principali dell’indagine sulle modalità di una comunicazione progettata in un mondo sempre più consapevole della molteplicità di culture che lo abitano, ognuna determinata da diversi linguaggi, supporti, sistemi di significato.

Come direbbe Umberto Eco, tradurre è dire “quasi la stessa cosa” con un’altra lingua. Con il suo “quasi”, Eco ci spinge a riflettere che una traduzione non è mai una pura conversione sintattica: bisogna sempre tener presente come la “stessa cosa” venga caricata di diversi significati di cultura in cultura.
La Traduzione, in ogni caso, non avviene solo quando si passa da una lingua all’altra -come lo intendiamo colloquialmente-. É qualcosa, se ci pensiamo bene, che facciamo quotidianamente, quando esterniamo quello che pensiamo a chi ascolta, quando esprimiamo i nostri sentimenti a qualcuno, quando materializziamo delle idee, ipotesi
mentali, in qualcosa di oggettuale.

Gutenberg, l’inventore della stampa, si è imbarcato in una vera e propria impresa impresa di “traduzione”: i libri in circolazione all’epoca erano scritti a mano dagli amanuensi in caratteri gotici e, dopo un processo di rilettura e correzione, decorati dai miniatores. Gutenberg, con le sue conoscenze da orafo, ha tradotto questo complesso e dispendioso processo in una tecnologia radicalmente nuova, veloce ed economica: ha fuso (da cui il termine font) in piombo dei caratteri mobili che rappresentassero le lettere una volta per tutte. Disponendoli poi su una lastra di metallo e bagnati con l’inchiostro, potevano riprodurre la stessa pagina centinaia di volte in pochissimo tempo. Ecco nato il mondo della tipografia, le cui rigogliose declinazioni sono un’ulteriore traduzione visiva che punta a riformulare la cangiante scrittura umana.

Ma anche altri ambiti del design editoriale testimoniano un processo traduttivo in senso lato: le icone, le illustrazioni e le copertine sono esempi di come il design cerca di esprimere in altri linguaggi i contenuti propri dei libri. Prendiamo d’esempio “Le mini storie” di Attilio Cassinelli, una rivisitazione dei racconti classici contraddistinta da una precisa identità stilistica e narrativa: figure dallo spesso bordo nero, volumi piatti, colori marcati, forme stilizzate e geometricamente basilari. La narrazione si caratterizza fortemente anche attraverso il modo in cui le immagini occupano lo spazio: in alcuni casi dominano solitarie la doppia pagina (meraviglioso il disegno di Cappuccetto Rosso che raccoglie i fiori ad esempio), in altri occupano in modo classico la parte destra speculare alla pagina sinistra con il testo, altre volte linee e forme sfuggono in modo libero.

L’illustratore realizza una traduzione visiva di un racconto, e chi si occupa di grafica, a sua volta, di un messaggio da trasmettere. Dirà la stessa cosa di quel messaggio? No, dirà “quasi la stessa cosa”. Nel passaggio tra le due realtà infatti, tra l’idea e la sua oggettivazione, c’è un piccolo cambiamento, chiamato interpretazione. L’interpretazione fa parte della traduzione, in quanto consiste nel cercare di capire cosa mantenere e cosa cambiare nel momento in cui avviene questo fatidico passaggio, da costruire e progettare con la stessa precisione con cui costruiremmo un ponte. D’altra parte, che cosa vuol dire tradurre se non costruire un ponte tra due mondi?
Ecco allora, forse tradurre significa esattamente questo: veicolare, trasportare, trasferire. Si tratta proprio di spostare qualcosa. Sono molti i modi con cui tradurre e sono molte le traduzioni possibili, esattamente come sono molti i mezzi con cui viaggiare e altrettante le destinazioni.
Per capire questo, basta guardare i lavori di Tibor Kalman e di Olivero Toscani per “United Colors od Benetton”: appelli rivolti ad attivare la responsabilità sociale e morale, tradotti in grafica e fotografia. Elaborati di questo genere diventano dei veri e propri mezzi con cui veicolare un messaggio, e proprio per la loro natura così sfrontata provocarono scandalo al punto tale da essere in alcuni casi censurate, e in altri, premiate.

Olivero Toscani, Angelo e Diavolo

Allo stesso modo, anche durante i conflitti mondiali la fotografia si fece carico dell’importanza di tradurre in immagini di grande impatto messaggi sempre più urgenti, che non potevano più essere ignorati. Ed ecco quindi impresse negli occhi dello spettatore immagini crude e scioccanti, in difesa di valori imprescindibili quali la salvaguardia della vita umana. Esempio pratico è il poster “Q: And the babies? A: and the babies.” relativo alla guerra in Vietnam, di Art Workers Coalisation.

The Art Workers Coalisation poster And Babies

É proprio di fronte al potere di queste immagini, di quello che riescono a veicolare, che mi chiedo: è anche questa traduzione? O forse il caso di qualcosa di ancor più profondo, che va più in là delle semplici parole, e che svela significati ancor più nascosti? Anche nella storia dell’arte ritroviamo chiari esempi di traduzione. Pensiamo a Henri Matisse e alla sua “gioia di vivere”, una filosofia di vita tradotta in immagini mitiche di corpi che danzano e sprigionano un incredibile energia vitale, in immagini del mondo rappresentato come vorremmo che fosse, dove non esistono differenze tra mondo naturale e umano e tutto è armonico. E poi, all’opposto, Edvard Munch e la sua incompatibilità verso il mondo che si traduce in opere drammatiche da cui traspare un forte senso di emarginazione. Così come Egon Schiele e il suo tratto nevrotico ed irrequieto, quasi violento, traduzione pittorica figurativa della sua stessa tensione emotiva; Ernst Ludwig Kirchner, con il suo segno aguzzo, tagliente, i suoi colori forti ed innaturali che riflettono l’instabilità psicologica dei suoi personaggi, la drammaticità delle scene e delle storie che ci racconta.

Quando progettiamo la comunicazione, stiamo mediando tra due linguaggi e aiutiamo a trasferire dei significati. Ci impegniamo a far “traslocare”, nella maniera più funzionale, delle idee, forme e messaggi. Questo, automaticamente, ci carica di responsabilità, in quanto il nostro intervento, il nostro sforzo, non deve tradire il punto di partenza, ma cercare di rimanergli fedele, davanti alla molteplicità di possibili traduzioni.

Detto questo però, rimane il dubbio: fra tutte queste possibilità, ve ne sarà una “corretta”? Ossia, sarà sempre possibile tradurre? L’essenza di una poesia, per esempio, di fatto è intraducibile; ciò che è poetico è inafferrabile, misterioso e quindi incomunicabile. La traduzione tende a esprimere il rapporto più intimo tra due lingue, tra idea e oggetto,
tra pensiero che si tramuta in parola, tra racconto che diventa illustrazione. Ma tale rapporto resta tuttavia segreto e sfuggente.